Tim Brown Architecture

MOSE again

Added on by Timothy Brown.

We've nearly finished the text for the IUAV WS09 publication. Thanks to Luca Mezzalira and Vittorio de Battisti Besi for helping smooth the piece into a much better Italian than I could manage alone.

La Sfida del MOSE

Il programma proposto per il workshop si fondava su due principali idee: la prima è quella di considerare un workshop estivo di tre settimane simile ad un’avventura in cui direzione, energie necessarie e risultati sono totalmente imprevedibili; la seconda consiste nella volontà di considerare le più complesse questioni in architettura le quali, all’interno dell’esplosivo potenziale di un workshop estivo, possono divenire un mezzo ideale per un’indagine approfondita.

Il mio lavoro si sviluppa tendenzialmente in due direzioni: progetti su vasta scala e progetti di dimensioni molto contenute. Abbiamo recentemente proposto un parco lineare di 4,5 km di lunghezza nell’area nord-ovest di Chicago e un centro civico di 2.500.000 metri quadrati in prossimità del Midway Airport. La stessa modalità di lavoro vale per i progetti che ho sviluppato negli ultimi anni attraverso il mio insegnamento all’IIT. Progetti molto grandi o molto piccoli. Venendo a Venezia eravamo preparati a pensare in grande. E nel centenario del progetto di Burnham per il piano di Chicago, potremmo dire che the pump was primed.

A Chicago abbiamo visto recentemente completato un enorme progetto denominato Deep Tunnel. Si tratta di una riserva sotterranea per la raccolta delle acque meteoriche che si estende per 175 chilometri e può raccogliere fino a 60 miliardi i litri d’acqua. Il tutto è praticamente invisibile. L’unica cosa che si vede è quello che non accade quando cadono le consuete piogge torrenziali di fine estate: la presenza del Deep Tunnel ha portato ad avere cantine asciutte e un immenso buco nel bilancio pubblico. Il Progetto si è concretizzato nell’eliminazione delle inondazioni e nell’evaporazione di montagne di soldi.

Il nostro interesse per il MOSE dovrebbe essere evidente. Faraonico nella scala, sconcertante per la quantità di materiale necessario, terribilmente oneroso. Il MOSE è all’apice nella lista dei progetti a vasta scala in fase di realizzazione nel nostro pianeta, un progetto che sta ridisegnando in modo dirompente il delicato paesaggio lagunare. Le infinite controversie, i seri dubbi sull’effettivo funzionamento del progetto, i costi immani e l’impatto sull’ambiente che caratterizzano questo progetto sono elementi dai quali scaturiscono i nostri sforzi per ri-modellare il mondo. Ma nonostante l’intensità dello sforzo la parte visibile, tangibile, del progetto, la sua manifestazione fisica è sostanzialmente invisibile. Come nel caso del Deep Tunnel il suo eventuale successo sarebbe dato, semplicemente, dall’assenza dell’acqua alta.

Quindi la domanda che ci siamo posti durante il WS09 era se l’architettura fosse o meno in grado di partecipare alla concretizzazione di questo progetto ambizioso. O se il compito che le compete è soltanto quello di provvedere poi all’aggiunta di elementi decorativi, di aggiungere piccole finiture a progetti già definiti dalle grandi compagnie investitrici. I tanti programmi One Percent for Art fanno sorgere una semplice domanda: perché l’1%? Perché non 50%? Perché non un livello di parità? 100% per l’arte? Sei miliardi di euro per un’opera pubblica…e allora perché non sei milioni di euro per portare alla luce il progetto?

La sfida proposta ai 40 studenti che hanno partecipato al workshop era trovare un modo per rendere visibile questo vasto progetto, quasi completamente invisibile. Che il MOSE venga ultimato o meno, che esso funzioni effettivamente come è stato immaginato o che aggravi la situazione, non rientra nelle nostre preoccupazioni. Noi abbiamo affrontato il progetto nelle sue ambizioni, invadenza, e nella sua scala.

Il nostro insegnamento al workshop è consistito prevalentemente nel sollecitare un ragionamento ad una scala appropriata a quella del MOSE. I primi ragionamenti progettuali degli studenti erano fossilizzati a modelli tipici della Venezia storica, ad una scala di super-dettaglio più adatta forse ad una piccola costruzione in campo San Polo. Una torre veniva considerata “alta” ad appena 30 metri, gli spazi aperti verdi venivano chiamati grandi anche se solo di un ettaro.

Durante le discussioni con gli studenti l’obiettivo era quello di ragionare in termini spaziali all’interno dei 550 chilometri quadrati della laguna, con un budget di sei miliardi di euro.